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lunedì 2 marzo 2015

Incontro WWF Pigneto Prenestino con Adriano Paolella su "Partecipazione attiva dei cittadini ai progetti di riuso e riciclo degli edifici e delle aree abbandonate" (Casa del Parco delle Energie - 28 febbraio 2015)



Adriano Paolella è architetto, docente di Tecnologia architettonica preso l'Università di Reggio Calabria. E' il curatore del libro "People meet in the re-cycled city", nono volume della collana "Re-cycle Italy", basata su un progetto di ricerca, finanziato dal MIUR, con l'obiettivo di esplorare e definire nuovi cicli di vita per quegli spazi del territorio che hanno perso senso, uso, attenzione. Il volume può essere scaricato in pdf, facendone richiesta all'indirizzo: ad.paolella@gmail.com

Il termine "sostenibilità" è ambiguo, se non si esplicitano i criteri, i principi su cui si basa questo concetto. C'è la sostenibilità voluta degli ambientalisti, ma il termine è spesso usato per dare maggiore credibilità ad operazioni industriali, legate unicamente al profitto

All'insegna della sostenibilità sono di solito presentati i progetti di rinnovamento urbano, di cui si sente tanto parlare. Sono in realtà operazioni immobiliari complesse, che richiedono forti finanziamenti e recuperano spazi abbandonati all'interno della città consolidata. Sono presenti in tutto il mondo, a Londra, Berlino, Shangai. Nelle grandi città italiane queste operazioni sono state meno evidenti. Un esempio è il progetto realizzato nel quartiere operaio di Isola a Milano, con la costruzione di alcuni grattacieli, uno dei quali presenta la facciata abbellita da alberi in vaso, chiamati "bosco verticale" (con un uso scorretto e fuorviante del termine "bosco", qui applicato a una crescita artificiale e dalla manutenzione costosissima).
Una costante di questi progetti è la presenza di grattacieli e già negli anni Cinquanta  si potevano leggere su "Il Mondo" le critiche di Antonio Cederna a questo modello architettonico. Sono le stesse critiche che ancora oggi avanzano alcuni urbanisti:
- questi progetti con i loro grattacieli si impossessano del paesaggio, lo modificano e lo dominano, a discapito degli abitanti degli altri edifici.
- operano trasformazioni profonde facendo tabula rasa del passato 
- gli edifici, destinati quasi esclusivamente ad essere usati come uffici, sono costruiti con criteri molto restrittivi: es. le finestre non si aprono perché c'è l'aria condizionata, non si usano le scale ma solo gli ascensori.

Una persona ha il diritto di modificare il proprio spazio abitativo per renderlo più idoneo a soddisfare i suoi bisogni. Per esempio in un quartiere di Reggio  Calabria si può notare che nelle facciate esposte a sud, gli abitanti hanno costruito abusivamente coperture o verande per difendersi dal caldo. Questo abusivismo  è comprensibile, si può considerare un diritto di adattamento del proprio spazio abitativo. Invece la legislatura  lo ha assimilato all'abusivismo delle grandi speculazioni, con il risultato di disperdere le azioni investigative per perseguire tanti piccoli abusi invece di concentrarle su quelli più grandi e poi decidere il condono per tutti, grandi e piccoli, agevolando di fatto la grossa speculazione edilizia.

Quando si costruisce o si modifica un edificio, si dovrebbero rispettare solo due regole:

- non danneggiare gli altri
- non danneggiare l'ambiente

Architetti, ingegneri, urbanisti spesso si considerano onnipotenti. Dovrebbero invece ascoltare le richieste dei cittadini e usare il loro sapere tecnico per soddisfare i bisogni espressi.
Se si osservano le costruzioni delle varie comunità nel mondo, si vedono modelli e sistemi costruttivi diversi, basati sui bisogni reali degli abitanti.
Oggi, invece, le forme del costruire tendono all'uniformità. Disposizioni e regole dell'Unione Europea stanno dando una forte spinta in questa direzione, perché ignorano le diverse culture e sono emanate solo per soddisfare le richieste della produzione industriale.
Si mortifica la creatività delle diverse comunità che sanno conservare ciò che esiste e adattarlo ai loro bisogni, perché questo agire comunitario rallenta il processo produttivo e fa diminuire i profitti.
Assistiamo quindi a un processo di vera e propria colonizzazione culturale, che parte dalla destrutturazione delle culture locali, per arrivare alla loro sostituzione con la cultura unica dominante.

In Italia il processo di urbanizzazione non è stato così forte come in altri Paesi.  Nei piccoli comuni italiani esistono numerosi edifici e spazi inutilizzati e abbandonati. Lo Stato non ha i fondi per il recupero, i privati spesso non hanno interesse, perché non vedono un profitto immediato.
Sono quindi le comunità locali che devono prendere coscienza di questa loro ricchezza e appropriarsi di questi spazi, per destinarli ad attività culturali, di produzione artigianale o di piccolo commercio.

Si deve distinguere il riciclo, che è una idea industriale e che richiede un forte dispendio di energia, dal riuso, che è invece un'idea che nasce dalla comunità, è ciò che ogni persona può fare.

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